Cinematerapia: Joker – Psicorecensione dell’attesissimo film di Todd Phillips

È da poco uscito nelle sale il film “Joker”, che propone una visione nuova e diversa del celebre avversario di Batman. La proiezione, infatti, offre uno scorcio inedito sulla vita del personaggio, raccontandone non tanto le malvagie imprese, quanto invece le fragilità, le crepe dilanianti createsi in una storia di vita fatta di sofferenze e fallimenti.

Pur senza entrare nei dettagli e dare spoiler fastidiosi, voglio riflettere sulla drammaticità e sulla profondità dei fatti raccontati, che sono sì frutto di fantasia, ma nascondono in sé anche molto di reale e attuale. Il protagonista, Arthur Fleck, è un uomo che sogna di diventare comico, ma che si ritrova in realtà a vivere in condizioni tragiche: è umiliato, denigrato e messo ai margini di una società che mette al bando chi è in difficoltà e che nulla fa per sostenere quanti hanno bisogno d’aiuto. L’uomo si ostina a sorridere, a recitare per scatenare l’ilarità negli altri, ma a far sbellicare non sono tanto le sue battute, quanto lui stesso, che viene deriso e ridicolizzato. La sofferenza derivante dai continui soprusi e dalle tristi condizioni familiari di cui Arthur è vittima lo attanagliano sempre più in una morsa, consumando pian piano la sua mente, talora delirante, e il suo corpo, diventato ormai magro ed emaciato. È proprio da quel dolore che nascono la rabbia, la violenza, l’aggressività che lo renderanno Joker, il “personaggio cattivo”. È soltanto attraverso la protesta e la vendetta, infatti, che Arthur riesce a trovare il suo posto in una società che l’ha sempre escluso, a dare un senso ad una vita vuota, piatta e deludente. La criminalità lo rende finalmente visibile, capace di emergere e sì, anche di sorridere, non più però con la leggerezza di un vero comico, ma con l’amarezza e la beffarda ironia di chi si prende gioco degli altri.

 

Cinematerapia: Joker - Psicorecensione dell’attesissimo film di Todd Phillips

La trasformazione di Arthur in Joker e il velo di perfidia che ammanta la sua figura fa sorgere però molte domande. La prima riguarda il tema controverso e dibattuto sul sottile confine fra bene e male. Pur essendo il “cattivo” per eccellenza, infatti, il Joker appare in questo film più come vittima che come carnefice: la sua evoluzione da clown patetico a criminale senza scrupoli mostra come sia banale, quasi impercettibile, il balzo dal mondo degli innocenti a quello dei colpevoli. Del resto, quasi per ironia della sorte, anche quando crede di spiccare sugli altri grazie alla sua violenza, il Joker è soltanto un cattivo fra i cattivi, uno dei tanti malvagi che popolano la città: Gotham è infatti un luogo oscuro, dove a ricchi ipocriti si affiancano povertà, degrado e miseria. Cattivo è il governo, che riduce le spese pubbliche penalizzando i servizi e l’assistenza sociale; cattive sono le masse, che si relazionano con superficialità e pregiudizi agli altri; cattive sono le vittime stesse, quelle fasce di persone emarginate che si travestono per innescare la rivolta. Nel caos frastornante e spaventoso di una Gotham lacerata dai conflitti fra classi sociali, il bene e il male si mescolano e si intrecciano fra loro in un confondente ginepraio in cui è impossibile non smarrirsi. La proiezione porta dunque ad interrogarsi sui propri valori, sulla facilità con cui si etichettano le persone e le si dividono in chi è nel giusto e in chi nel torto, senza tener conto della complessità della vita e delle motivazioni profonde che si celano sotto ai comportamenti.

 

Un’altra tematica emergente dal film è quella della maschera; se da una parte il conflitto fra essere e apparire rappresenta un cliché nel cinema e nella letteratura, dall’altro non smette mai di affascinare e anche in questa storia torna prepotentemente a far riflettere. Arthur, infatti, si nasconde nei panni di qualcun altro: si dipinge il viso da pagliaccio, si traveste e assume il nuovo nome di “Joker”. Se nella lotta contro Batman il suo può sembrare solo un inquietante costume, Todd Phillips lo fa stavolta apparire come un tentativo ben riuscito di fingersi altro da sé, di nascondersi agli altri e a sé stesso. Arthur infatti non si maschera solo con il trucco e gli abiti, che coprono un corpo ossuto e un viso segnato dalle sofferenze, ma anche con il sorriso: la contentezza e l’umorismo di cui si fa portatore sono soltanto una scappatoia dalla realtà, un modo per fuggire dalla propria vita e trovare riparo in un mondo ideale, onirico, fatto di risate spensierate, movimentati cabaret e colori allegri; del resto, i sogni in cui Arthur si perde non sono neppure i suoi, ma quelli imposti da una madre che non lo vede per quello che è e gli dà l’appellativo “Happy” senza riconoscere il figlio dietro a quel nomignolo: il Joker è dunque un personaggio senza identità, invisibile agli altri ma anche a sé stesso, che non accetta le proprie condizioni di vita e che ostenta una felicità falsa, illusoria.

È proprio collegata alla vista l’ultima riflessione che voglio suggerire: nel film appare infatti un distacco fra ciò che vedono gli altri e ciò che Arthur vede. Le masse percepiscono lui e la madre come dei folli, dei pazzi da curare e ciò nonostante interpretano i loro comportamenti come frutto di una scelta e non tanto come risultato di una malattia: la gente infatti vede in Arthur un povero, un pezzente, e al tempo stesso uno sbruffone che ride in modo insolente, senza scorgere la sua richiesta d’aiuto, in realtà palese. Non a caso, una considerazione molto commovente e forte che il protagonista compie è quella per cui la cosa più dura dell’avere un disturbo mentale è il fatto che tutti si aspettano che ci si comporti come se non lo si avesse. Le masse scambiano inoltre le persone importanti, come il candidato sindaco Thomas Wayne e i tre ragazzi ricchi uccisi in treno, come dei personaggi onorevoli, affidabili e stimabili, senza notare la loro superbia e ipocrisia. Arthur, invece, nonostante i suoi limiti e la sua condizione mentale, sembra essere l’unico ad avere gli occhi aperti sul mondo: è lui che si rende conto delle continue contraddizioni della Gotham in cui vive, delle ingiustizie e della precarietà di quella società. È dunque d’obbligo interrogarsi su quanto gli stereotipi e il senso comune possano a volte accecare e su quanto proprio le persone che riteniamo di poco valore, come i malati o gli emarginati, possano in realtà offrire punti di vista degni di considerazione.
In conclusione, questo film merita sia per la sua profondità psicologica che per la complessità della storia presentata; una lode particolare va inoltre all’attore protagonista Joaquin Phoenix, che ha dato un’interpretazione estremamente toccante e commovente del personaggio rappresentato, esprimendolo con ogni sguardo e ogni movimento del corpo. La visione è però decisamente sconsigliata a chi non sappia mettersi discussione, a chi voglia vedere il Joker solo con la sua maschera da “cattivo” e non in tutta la sua interezza, a chi preferisca non pensare e continuare a credere che dietro ad ogni sorriso si nasconda sempre la felicità.

 

 

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