Chiudeteli in cella e buttate via la chiave…recidiveranno 3 volte e mezzo in più!

L’idea comune, che giornali e televisioni alimentano e che noi tutti consideriamo per lo più veritiera, è che segregare chi delinque in un carcere e prolungarne la pena detentiva il più a lungo possibile senza attuare alcun progetto rieducativo individuale, sia ciò che chi delinque si merita. Riteniamo, inoltre, che ciò possa tutelare la nostra società, la comunità in cui viviamo, noi stessi.

In realtà ,gli studi psicologici e sociologici che si sono susseguiti nelle ultime due decadi dimostrano proprio il contrario: la mera reclusione porta solo al proliferare della violenza, dei crimini e della sofferenza sia fisica che mentale. Come sosteneva lo psichiatra veneziano Franco Basaglia, promotore della riforma psichiatrica che portò alla chiusura dei manicomi «Le carceri producono più delinquenti di quanti ne entrino…».

Gli studi sulla recidiva dimostrano che, con percorsi pensati sul singolo individuo e attraverso le misure alternative alla detenzione, la stessa si abbassi drasticamente.
Infatti, secondo un’ indagine svolta dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria la recidiva, tra coloro i quali scontano la pena in carcere, si aggira attorno al 70% ; mentre tra gli ammessi alle misure alternative non arriva al 20%. Ciò significa che, continuando a pensare che la reclusione sia la soluzione alla riduzione della criminalità, in realtà si favorisce il suo perdurare: 7 persone su 10 commetteranno nuovamente reati. Se invece, si optasse per accompagnare i detenuti in nuovo progetto di vita co-costruito, solo 2 di essi tornerebbero in carcere.
Il titolo di quest’articolo riporta un’affermazione provocatoria dell’emerito magistrato Alessandro Margara, che ha dedicato tutta la sua esistenza alle condizioni in cui versa il nostro sistema penitenziario. Egli sosteneva «È noto o no che l’esecuzione della pena in misura alternativa riduce la recidiva da 3 a 4 volte rispetto all`esecuzione in carcere?»
Nonostante i suddetti dati, l’opinione pubblica viene costantemente condizionata e spaventata dando molto risalto ad eccezionali ed efferati crimini senza mai dare spazio ai positivi percorsi di reinserimento sociale. Inoltre, si viene indotti a pensare che, in tal modo, la spesa pubblica sia minore facendo scontare le pene all’interno degli istituti ma anche questa correlazione non corrisponde alla realtà. Se si investisse sull’esecuzione penale esterna, quindi su percorsi riabilitativi al di fuori del sistema carcerario, la spesa si abbasserebbe di ben dieci volte: il rapporto 2020 dell’Associazione Antigone riporta che un detenuto costa circa 150 euro al giorno tra costi di manutenzione dei penitenziari e mantenimento delle persone sia recluse che appartenenti allo staff, mentre una persona in esecuzione penale esterna costa dieci volte di meno.

Cosa fare dunque?
Molti studiosi ed esperti del settore, tra psicologi e sociologi, concordano nel puntare ad una decarcerizzazione, ossia ad una diminuzione dei reati per i quali la pena da attuare sia quella detentiva. Questa linea di pensiero si basa anche sul presupposto per il quale più del 30% dei reclusi (circa 20.000 su 53.300) al momento sia in attesa di giudizio, quindi non ancora condannata e sul fatto che la maggior parte dei soggetti siano rinchiusi per reati minori, con pena da scontare inferiore ai tre anni. Un’altra concezione errata è, infatti, pensare che in carcere vi siano solo persone pericolose e violente, recluse per omicidio, associazione a delinquere, terrorismo. Invece, il totale dei soggetti condannati per questi crimini non raggiunge il 10%.
Il resto della popolazione attualmente detenuta nel nostro paese è costituita da persone che hanno problemi di dipendenza, persone provenienti da altri paesi e prive di documenti, persone indigenti e senza fissa dimora. Inoltre, è molto difficile, che i cosiddetti «colletti bianchi» scontino la loro pena in carcere perché spesso non sono intercettati dal sistema penale essendo meno visibili di un senza tetto con problemi di alcolismo, e perché in genere riescono più facilmente ad accedere alle misure alternative.
L’ultimo dato degno di nota per avere un’idea più inerente alla nostra realtà carceraria è l’incidenza della sofferenza mentale: ad oggi il 60% delle persone detenute soffre di una nevrosi o di una psicosi dopo il loro ingresso in istituto. Escludendo l’ipotesi per la quale entrano in carcere soprattutto persone con patologie psichiatriche (se così fosse possiederebbero una certificazione precedente) quanto può incidere sul benessere psico-fisico di ciascuno stare fino a 22 ore al giorno in una cella con 6,8,10, anche 12 persone, con meno di tre metri quadri a testa, spesso senza doccia interna né acqua calda, con il wc a vista, sorvegliati costantemente da telecamere e polizia, con la possibilità di vedere un caro per un’ora alla settimana, senza poter accedere alle informazioni attraverso internet, senza un’occupazione (un terzo lavora, spesso dentro il penitenziario), privati della dimensione sessuale? E se fosse che la pena così intesa alimenti un costante stato di stress che poi degenera in malattie di vario tipo, somatizzazioni o altre sofferenze di ordine psichico? Ma se così fosse ci saranno psichiatri, psicologi, educatori? Non è proprio così.

Dall’ultimo rapporto di Antigone si evince che nel 2020 uno psichiatra per 100 detenuti ha avuto a disposizione 8,97 ore di lavoro a settimana, ciascuno psicologo 16,56 e che in media c’è un educatore ogni 79 detenuti.
Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità conferma che il disturbo psichico è la principale patologia delle carceri italiane.
Per concludere, più ci si avvicina alla conoscenza della realtà penitenziaria odierna, più ci si accorge che il sistema carcerario così non funziona e che si continuano a perpetuare modelli disfunzionali dai quali non trae beneficio nessuno. Forse non vi sono soluzioni miracolose, forse altri modelli devono ancora essere pensati, ma ciò che è certo è che costruire nuove carceri non gioverà a nessuno, né rinchiudere ancora più persone, nè tantomeno farlo per un tempo più lungo. Bisogna continuare ad interrogarsi e a confrontarci con altri modelli più efficaci, per esempio quello norvegese in cui vi sono più educatori che poliziotti.

Infine sarebbe importante farci ispirare dalla famosa frase di Dostoevskij «Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle condizioni delle sue prigioni>>.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *