L’identità sessuale del nativo digitale

Oggigiorno si tende spesso a confondere i termini identità sessuale, identità di genere, ruolo di genere e orientamento sessuale, usandoli erroneamente come se fossero sinonimi. Con questo articolo si vuole chiarirne la differenza e porre l’attenzione sull’identità sessuale di coloro che sono nati nell’era di Internet.

L’identità sessuale è un concetto generale che racchiude in sé il sesso biologico, l’identità di genere, il ruolo di genere e l’orientamento sessuale. Con il primo si fa riferimento al nostro essere maschi o femmine da un punto di vista biologico (ovvero la presenza di cromosomi XX o XY), con il secondo ad un senso soggettivo di appartenenza ad uno dei due sessi (es: il sentirsi maschi o femmine indipendentemente dal proprio sesso biologico), con il terzo a quello che una determinata società o cultura si aspetta in termini di valori e comportamenti in quanto uomini o donne (es: la donna deve occuparsi della cura della casa e dell’accudimento dei figli e l’uomo va a lavoro). Infine con il quarto si intende l’attrazione emozionale, romantica e/o sessuale per individui di sesso opposto, dello stesso sesso o entrambi (eterosessualità, omosessualità e bisessualità).

L’adolescenza è quella fase di sviluppo in cui al/alla ragazzo/a sono richiesti alcuni compiti evolutivi, tra cui proprio quello di costruire e consolidare l’identità sessuale. Tale compito è sempre più complesso per quei giovani che sin dalla loro nascita sono immersi nel mondo fluido, dinamico, possibile e illimitato di Internet.
Nella società post-moderna, infatti, si assiste alla crisi del rito nell’adolescenza. Nel passato il rito, soprattutto in un periodo evolutivo come questo, aveva una funzione sociale di sostegno dell’individualità e allo stesso tempo di integrazione nel gruppo (es: prove di caccia e preparazione della dote). Il superamento di prove comuni faceva emergere le capacità del giovane, ma anche i suoi limiti. La dimensione gruppale di queste prove permetteva all’adolescente di sentir rafforzata e sostenuta l’immagine di sé da parte del gruppo di appartenenza, e di sottolineare il bisogno dell’altro.
Tutto questo però viene messo in crisi dall’attuale “cultura del narcisismo”, ovvero un contesto sociale in cui viene data importanza agli aspetti individualistici ed edonistici, in cui l’uomo narcisista risulta essere sempre inappagato e inquieto. L’adolescente sente così il bisogno di una socialità più ampia che, non riuscendo a trovare nel mondo reale, ricerca nel cyber-spazio. Nella realtà virtuale vede la possibilità di recuperare il rito per potersi individualizzare e per poter definire un’identità che al momento gli appare fluida e confusa. Il gruppo sociale diventa quello dei pari, ovvero gli altri nativi digitali, escludendo così i genitori e altre figure esterne.

Questo tipo di comunità virtuale permette la nascita di nuovi riti, diversi da quelli tradizionali, che da una parte sembrano moltiplicarsi e trasformarsi senza perdere il loro valore, dall’altra sembrano più finalizzati all’integrazione del soggetto nel gruppo dei pari piuttosto che in quello degli adulti (ad esempio: gioco/sfide virtuali di multiplayers).
Cosa possono fare allora i genitori, gli educatori e gli adulti in generale che si vedono così esclusi dalla “comunità” dei nativi digitali? Innanzitutto comprendere e conoscere le differenze tra concetti quali identità di genere, sesso biologico, ruolo di genere e orientamento sessuale, in modo da essere per i nativi digitali una fonte di informazioni, un punto di riferimento a cui rivolgersi quando i dubbi li assalgono. Bisogna diventare una valida alternativa a Internet, che i giovani prediligono per ricercare informazioni sulla sessualità, rispondendo alle loro domande senza evitarle e senza esprimere (esplicitamente o implicitamente) giudizi. Quando un adolescente a fatica si rivolge all’adulto, quest’ultimo non deve sprecare l’opportunità di essere una figura di riferimento, esterna al gruppo dei pari e al mondo di Internet, nel passaggio verso il mondo adulto.

Tutto ciò richiede fatica e impegno perché, appartenendo ad una generazione completamente diversa, essi si sentono spesso smarriti, confusi e non hanno idea di cosa fare o dire. La cosa più importante però è che i genitori siano presenti e che i figli nativi digitali sentano questa disponibilità e apertura nei loro confronti.

 

 

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