Quando lo smartphone e il computer prendono troppo spazio: caso clinico di uno studente universitario

La vita universitaria rappresenta per molti giovani un importante passaggio verso l’età adulta. Da una parte offre maggiore libertà, autonomia e possibilità di scelta; dall’altra richiede capacità organizzative e di autoregolazione che durante la scuola superiore potevano essere meno necessarie.

Orari più flessibili, minori controlli esterni, studio individuale e una maggiore responsabilità nella gestione del proprio tempo possono diventare una difficoltà per alcuni studenti.

In questo contesto, smartphone, computer, tablet, videogiochi e social network possono assumere una funzione particolarmente rilevante. Non è necessariamente il dispositivo in sé a rappresentare il problema: la questione diventa significativa quando il suo utilizzo interferisce con lo studio, il sonno, le relazioni sociali, l’attività fisica o più in generale con la vita quotidiana.

Il seguente caso clinico, opportunamente anonimizzato e rielaborato per tutelare la riservatezza della persona, descrive il percorso di un giovane studente universitario che si rivolge allo psicologo riferendo soprattutto difficoltà di concentrazione e una forte tendenza a distrarsi durante lo studio.

Il caso permette di riflettere su un tema sempre più frequente nella pratica psicologica: come distinguere una semplice difficoltà organizzativa da una modalità di utilizzo dei dispositivi digitali che sta progressivamente limitando il funzionamento della persona.

Il caso di Igor: “Mi distraggo continuamente”

Igor, nome di fantasia, ha 23 anni e frequenta l’università.

Il motivo iniziale per cui decide di rivolgersi allo psicologo è apparentemente semplice: riferisce di distrarsi molto quando deve studiare.

Alla domanda su cosa significhi concretamente “distrarsi”, emerge però un quadro più articolato.

Quando si mette a studiare, Igor tende a interrompere frequentemente l’attività per utilizzare il computer, controllare il telefono, usare il tablet, navigare in internet o dedicarsi ad applicazioni e attività non direttamente collegate allo studio.

La difficoltà, quindi, non sembra essere semplicemente quella di “non avere voglia di studiare”. Il problema riguarda soprattutto la capacità di iniziare un’attività, mantenerla nel tempo e resistere agli stimoli alternativi che l’ambiente digitale mette continuamente a disposizione.

Per comprendere meglio la situazione, lo psicologo decide di esplorare la sua giornata abituale.

Una giornata trascorsa prevalentemente in camera

Igor racconta che la sua giornata è relativamente strutturata nella prima parte.

Si sveglia, trascorre del tempo con il padre e frequenta le lezioni universitarie. Dopo gli impegni della mattina, tuttavia, la situazione cambia.

Una volta rientrato, tende a ritirarsi nella propria camera.

È proprio questo ambiente a diventare il centro della sua quotidianità.

Nella sua stanza dovrebbe studiare, ma finisce per trascorrere molto tempo davanti ai dispositivi: naviga in internet, conversa al computer, utilizza il telefono e il tablet, gioca con alcune applicazioni.

Il tempo passa senza che necessariamente se ne renda conto.

La stessa dinamica tende a ripetersi nel pomeriggio.

Quello che inizialmente potrebbe sembrare semplicemente un problema di procrastinazione assume quindi una dimensione più ampia: la camera è contemporaneamente il luogo dello studio, del tempo libero, dell’intrattenimento digitale e dell’isolamento sociale.

Questa sovrapposizione rende difficile per Igor stabilire dei confini tra le diverse attività.

È davvero una “dipendenza da smartphone”?

A questo punto è importante fare una precisazione.

In un percorso psicologico non è sufficiente osservare che una persona utilizza molto il telefono o il computer per parlare automaticamente di “dipendenza”.

L’uso frequente della tecnologia è ormai parte integrante della vita quotidiana e, soprattutto per uno studente universitario, computer e smartphone possono essere strumenti indispensabili per studiare, comunicare e organizzare le proprie attività.

Il punto centrale è un altro: che funzione hanno questi strumenti nella vita della persona e quali conseguenze produce il loro utilizzo?

Nel caso di Igor, il tema viene quindi formulato come una possibile modalità di uso problematico dei dispositivi digitali, da osservare nel tempo.

Non si tratta di stabilire immediatamente un’etichetta diagnostica, ma di comprendere cosa accade quando Igor entra nella propria camera, quali emozioni sperimenta, cosa lo porta a interrompere lo studio e quali benefici immediati ottiene attraverso l’utilizzo dei dispositivi.

Il comportamento digitale può infatti svolgere diverse funzioni: può rappresentare una fonte di gratificazione, un modo per evitare un’attività percepita come faticosa, una modalità per ridurre la noia oppure uno strumento per sfuggire temporaneamente a sensazioni di frustrazione o difficoltà.

Per questo motivo è importante osservare il comportamento all’interno della storia complessiva della persona.

Dalla scuola superiore all’università: quando viene meno la struttura

Durante il colloquio emerge un altro elemento importante.

Igor racconta che alle scuole superiori riusciva a studiare con maggiore regolarità.

La differenza, secondo lui, era soprattutto nella struttura.

La scuola imponeva orari, lezioni, compiti, verifiche e scadenze. La giornata era scandita da impegni esterni e il tempo dedicato allo studio era maggiormente definito.

All’università, invece, Igor si trova improvvisamente a dover gestire una quantità molto maggiore di tempo in autonomia.

Questa libertà, che in teoria dovrebbe rappresentare un’opportunità, può diventare una difficoltà quando non sono ancora sufficientemente consolidate le capacità di pianificazione e autodisciplina.

È una situazione abbastanza comune nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta.

Non sempre una persona che ha difficoltà a organizzarsi è “pigra” o “svogliata”. In alcuni casi deve ancora costruire quelle competenze di autoregolazione che consentono di stabilire una priorità, iniziare un compito anche quando non se ne ha voglia, tollerare la noia e rimandare una gratificazione immediata.

Ed è proprio qui che smartphone, videogiochi e internet possono diventare particolarmente attraenti.

Una prima indicazione concreta: cambiare ambiente

Nel lavoro con Igor viene quindi introdotto un intervento molto concreto.

Invece di cercare immediatamente di eliminare completamente l’utilizzo dei dispositivi, lo psicologo propone di modificare il contesto nel quale avviene lo studio.

La prima indicazione è semplice: uscire dalla camera.

Vengono individuate diverse alternative:

  • studiare in biblioteca;
  • andare all’università;
  • studiare insieme ad alcuni compagni;
  • utilizzare altri spazi dedicati allo studio;
  • ridurre la permanenza solitaria nella propria stanza durante il giorno.

L’obiettivo non è soltanto quello di “togliere il computer”.

Si cerca piuttosto di creare un ambiente che renda più semplice il comportamento desiderato.

È un principio importante anche dal punto di vista psicologico: modificare l’ambiente può essere più efficace che affidarsi esclusivamente alla forza di volontà.

Se la camera è associata contemporaneamente a videogiochi, navigazione, conversazioni online, relax e studio, mantenere la concentrazione può diventare particolarmente difficile.

Biblioteca e università, al contrario, sono ambienti fortemente associati all’attività accademica.

Il primo risultato: studiare in biblioteca

Quando Igor torna al colloquio successivo, riferisce di aver messo in pratica il suggerimento.

È andato a studiare in biblioteca.

La sua valutazione dell’esperienza è positiva.

Quando gli viene chiesto di valutare da 1 a 10 quanto sia soddisfatto di come ha studiato, attribuisce all’esperienza un 8/10.

Riferisce di essere riuscito a concentrarsi e a studiare.

Questo risultato, apparentemente semplice, rappresenta invece un’informazione importante.

Significa che la difficoltà di Igor non sembra essere necessariamente un’incapacità assoluta di concentrarsi o di studiare. Il contesto nel quale svolge l’attività sembra avere un’influenza significativa sul suo comportamento.

Cambiare ambiente ha prodotto una modifica osservabile.

Questo permette anche di spostare la prospettiva: non si tratta più soltanto di chiedersi “perché non riesce a studiare?”, ma di domandarsi “in quali condizioni riesce a studiare meglio?”

È una domanda molto più utile per costruire un percorso di cambiamento.

Dal controllo dei dispositivi alla costruzione dell’autonomia

Un rischio frequente, quando si parla di smartphone e internet, è concentrarsi esclusivamente sul controllo.

“Devo usare meno il telefono.”

“Devo smettere di giocare.”

“Devo stare meno al computer.”

Questi obiettivi possono essere utili in alcune situazioni, ma da soli rischiano di essere insufficienti.

Nel caso di Igor, il lavoro viene orientato soprattutto verso la costruzione di una maggiore autonomia.

L’obiettivo è aiutarlo a sviluppare una routine nella quale ci siano momenti dedicati allo studio, momenti di riposo, attività fisica, relazioni sociali e tempo libero digitale.

Non si tratta quindi di demonizzare la tecnologia.

Il computer e lo smartphone fanno parte della vita universitaria e sociale di un giovane adulto. Il problema nasce quando il loro utilizzo diventa così prevalente da occupare sistematicamente lo spazio destinato alle altre aree della vita.

La domanda fondamentale diventa quindi:

“Sono io a scegliere come utilizzare il dispositivo o è il dispositivo a determinare come trascorro la mia giornata?”

L’importanza dell’attività fisica e della vita sociale

Nel colloquio emerge anche un altro aspetto.

Igor appare un po’ giù di tono e racconta di percepire una certa difficoltà sul piano sociale.

Il tempo trascorso davanti al computer non riguarda quindi soltanto lo studio.

Progressivamente sembra avere ridotto anche le occasioni di incontro e di relazione.

Per questo motivo il percorso non viene limitato alla gestione del tempo di studio.

Viene incoraggiato a svolgere attività fisica e a frequentare maggiormente gli amici.

L’obiettivo è ampliare nuovamente la sua quotidianità.

Una giornata equilibrata non può essere costruita esclusivamente intorno alla produttività.

Studio, riposo, movimento, amicizie, interessi personali e tempo libero devono trovare uno spazio sufficientemente armonico.

Quando una persona trascorre gran parte della giornata isolata nella propria camera, davanti a uno schermo, è importante osservare non solo quanto utilizza la tecnologia, ma anche che cosa sta progressivamente smettendo di fare.

L’università come occasione di relazione

Un ulteriore obiettivo del percorso riguarda l’inserimento nella vita universitaria.

Igor viene incoraggiato a cercare maggiormente il contatto con i compagni di corso, non soltanto per motivi sociali, ma anche per creare una rete di collaborazione.

Conoscere altri studenti può significare condividere appunti e materiali, confrontarsi sugli esami, organizzare momenti di studio comune e avere occasioni di confronto.

Anche questo può contribuire a dare maggiore struttura alla giornata.

Studiare con altre persone può infatti creare una forma di responsabilità reciproca che rende più facile rispettare gli impegni.

L’università, in questo senso, non è soltanto il luogo nel quale si sostengono gli esami.

È anche un ambiente nel quale costruire relazioni, sviluppare autonomia e sperimentarsi progressivamente nel mondo adulto.

Cosa ci insegna questo caso clinico?

Il caso di Igor mostra come una difficoltà apparentemente circoscritta — “mi distraggo quando studio” — possa nascondere una situazione più complessa.

Nel suo caso entrano in gioco diversi fattori:

  • la transizione dalla scuola superiore all’università;
  • la necessità di sviluppare maggiore autodisciplina;
  • la gestione autonoma del tempo;
  • l’utilizzo frequente di smartphone, computer e tablet;
  • la sovrapposizione tra ambiente di studio e ambiente di intrattenimento;
  • la difficoltà a mantenere l’attenzione;
  • la riduzione delle occasioni di socializzazione;
  • una possibile riduzione dell’attività fisica;
  • la necessità di costruire nuove routine.

Non è quindi sufficiente chiedere a uno studente di “impegnarsi di più”.

È necessario comprendere come è organizzata la sua giornata, quali comportamenti vengono ripetuti, quali contesti li favoriscono e quali alternative possono essere costruite.

Quando può essere utile rivolgersi a uno psicologo?

Le difficoltà di concentrazione e l’uso frequente di smartphone e computer non costituiscono necessariamente un problema psicologico.

Può tuttavia essere utile chiedere un supporto professionale quando queste difficoltà diventano persistenti e iniziano a interferire significativamente con la vita quotidiana.

Alcuni segnali da osservare possono essere:

  • incapacità persistente di dedicarsi allo studio nonostante la volontà di farlo;
  • uso dei dispositivi molto superiore a quello inizialmente previsto;
  • difficoltà a interrompere un’attività online;
  • progressivo isolamento dagli amici;
  • trascuratezza dell’attività fisica e di altre attività importanti;
  • alterazioni significative del ritmo sonno-veglia;
  • forte frustrazione legata all’incapacità di organizzarsi;
  • sensazione di perdere il controllo sul proprio tempo;
  • difficoltà universitarie crescenti;
  • umore persistentemente basso o perdita di interesse per attività precedentemente piacevoli.

La presenza di uno o più di questi elementi non significa automaticamente che sia presente una dipendenza o un disturbo psicologico. Significa piuttosto che può essere utile approfondire la situazione con un professionista.

Il ruolo dello psicologo a Castelfranco Veneto

Un percorso psicologico può essere utile proprio per comprendere cosa si trova alla base di una difficoltà apparentemente concreta.

Nel caso di uno studente universitario, per esempio, la richiesta iniziale può riguardare la concentrazione, la procrastinazione o l’utilizzo eccessivo dello smartphone.

Durante il percorso possono emergere però aspetti differenti: difficoltà di organizzazione, ansia legata agli esami, paura di fallire, difficoltà relazionali, isolamento, bassa motivazione o difficoltà nel passaggio verso una maggiore autonomia.

Lo psicologo non si limita quindi a fornire una serie di regole sull’utilizzo del telefono.

Il lavoro consiste nel comprendere il funzionamento complessivo della persona e nell’individuare strategie realistiche per modificare ciò che sta creando sofferenza o interferenza nella vita quotidiana.

Per chi cerca un psicologo a Castelfranco Veneto, è importante quindi individuare un professionista con cui poter affrontare la propria situazione in un clima di ascolto e senza giudizio.

Un cambiamento piccolo può essere l’inizio di un cambiamento più grande

Uno degli elementi più interessanti del caso di Igor è che il primo passo non è stato particolarmente complesso.

Non gli è stato chiesto di eliminare smartphone, computer o internet.

Gli è stato chiesto di provare a studiare fuori dalla propria camera.

Questa modifica relativamente piccola ha prodotto un risultato concreto: Igor è riuscito a studiare in biblioteca e ha valutato positivamente la propria esperienza, attribuendole un punteggio di 8/10.

Da qui può iniziare un lavoro più ampio.

Il passo successivo consiste nel trasformare un’esperienza positiva in una modalità stabile di funzionamento: imparare a organizzare le giornate, costruire una routine, alternare studio e tempo libero, praticare attività fisica, coltivare le relazioni e utilizzare la tecnologia in modo più consapevole.

Il vero obiettivo, quindi, non è semplicemente usare meno il telefono.

È tornare ad avere una giornata nella quale telefono, computer e internet occupino lo spazio che la persona decide di assegnare loro, senza sottrarre sistematicamente tempo allo studio, alle relazioni, al movimento e alle esperienze della vita reale.

Nota sul caso clinico

Il caso presentato è stato anonimizzato e rielaborato a scopo divulgativo. Alcuni elementi possono essere stati modificati o generalizzati per tutelare la riservatezza della persona. Il racconto non costituisce una diagnosi e non consente di dedurre, sulla base dei soli elementi descritti, la presenza di una specifica dipendenza o di un disturbo psicologico.


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Quando è utile rivolgersi a uno psicologo a Castelfranco Veneto?

Può essere utile rivolgersi a uno psicologo quando una difficoltà personale, relazionale, universitaria o lavorativa diventa persistente e inizia a interferire con la qualità della vita. Anche una difficoltà apparentemente circoscritta, come problemi di concentrazione o organizzazione, può essere approfondita per comprenderne le cause.

L’uso eccessivo dello smartphone significa avere una dipendenza?

Non necessariamente. L’utilizzo frequente di smartphone e computer è ormai normale. È importante valutare soprattutto quanto il comportamento sia difficile da controllare e quanto interferisca con studio, lavoro, sonno, relazioni e altre attività quotidiane.

Uno psicologo può aiutare uno studente universitario che non riesce a organizzarsi?

Sì. Un percorso psicologico può aiutare a comprendere le difficoltà di organizzazione e autoregolazione e a sviluppare strategie più funzionali per gestire studio, tempo libero, relazioni e responsabilità universitarie.

È meglio studiare a casa o in biblioteca?

Non esiste una risposta valida per tutti. Per alcune persone la casa offre condizioni ideali; per altre, soprattutto quando sono presenti molte distrazioni digitali, studiare in biblioteca o in un ambiente dedicato può facilitare la concentrazione. Nel caso descritto, il cambiamento di ambiente si è rivelato particolarmente utile.

La psicoterapia può aiutare in caso di isolamento sociale?

Può essere utile quando l’isolamento è persistente, genera sofferenza o limita significativamente la vita della persona. Il percorso permette di comprendere i fattori che mantengono l’isolamento e di lavorare gradualmente sulle difficoltà relazionali e sulle modalità di partecipazione alla vita sociale.

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