Quando una persona mi dice “non so cosa dire agli altri”, spesso il problema non è realmente la mancanza di argomenti.
Dietro quella frase può esserci qualcosa di più profondo: “Non penso di essere abbastanza interessante”, “Gli altri non mi considerano”, “Non ho molto da offrire”, “Se parlo, rischio di fare una brutta figura”.
È una dinamica che può alimentare un circolo vizioso: più una persona pensa di non valere, più si controlla quando è con gli altri; più si controlla, più fatica a essere spontanea; più si blocca, più interpreta quel blocco come la conferma di non essere interessante.
Come psicologo a Castelfranco Veneto, mi è capitato di lavorare con una situazione che trovo particolarmente significativa per comprendere questo meccanismo. La racconto in forma anonimizzata e con il nome di fantasia “Giovanni”.
Il caso di Giovanni: “Non ho niente di interessante da dire”
Giovanni ha trent’anni, lavora come falegname, è una persona attiva e ha un buon fisico. Eppure, nonostante alcune caratteristiche oggettivamente positive della sua vita, non riesce a riconoscerle pienamente.
Il suo problema principale riguarda il modo in cui percepisce se stesso nelle relazioni.
Giovanni pensa di non essere abbastanza interessante. Ritiene di non avere molto da dire agli altri e, quando si trova in una situazione sociale, può bloccarsi perché non sa cosa dire.
Alla base emerge una convinzione più generale: “Non valgo abbastanza”.
Questa convinzione diventa particolarmente importante perché influenza il modo in cui interpreta ciò che accade intorno a lui.
Se una persona non gli dà particolare attenzione, può pensare: “Ecco, non sono interessante”.
Se non trova immediatamente qualcosa da dire: “Non so parlare con le persone”.
Se una ragazza non mostra interesse: “Evidentemente non valgo abbastanza”.
Il problema, quindi, non è soltanto sociale. È anche il significato che Giovanni attribuisce alle esperienze sociali.
Dalle convinzioni negative alle ipotesi più realistiche
Nel lavoro psicologico abbiamo iniziato a distinguere i fatti dalle interpretazioni.
Una delle idee su cui abbiamo lavorato è stata quella delle ipotesi svantaggiose.
Pensare “non sono interessante” non è una descrizione oggettiva della realtà: è un’ipotesi.
E, soprattutto, è un’ipotesi che tende a produrre conseguenze negative.
Se parto dall’idea di non valere, probabilmente mi comporterò in modo più insicuro. Potrò parlare meno, evitare alcune situazioni, controllare continuamente quello che sto dicendo e preoccuparmi del giudizio degli altri.
A quel punto, però, il mio comportamento può diventare coerente con la convinzione iniziale.
Per questo abbiamo iniziato a lavorare sulla possibilità di formulare ipotesi alternative e più favorevoli:
“Io valgo.”
“Ho delle qualità.”
“Ho qualcosa da offrire agli altri.”
“Posso essere interessante anche senza dover dimostrare continuamente qualcosa.”
Non si tratta di ripetersi frasi positive in modo superficiale.
Il punto è imparare a considerare anche una spiegazione diversa della realtà.
Un esercizio concreto: riconoscere le proprie capacità
A Giovanni ho proposto anche un lavoro molto concreto: mettere per iscritto una lista delle proprie capacità, qualità e caratteristiche positive.
Può sembrare un esercizio semplice, ma per una persona con una bassa considerazione di sé non lo è affatto.
Quando siamo abituati a concentrarci sulle nostre presunte mancanze, individuare ciò che sappiamo fare bene richiede uno sforzo intenzionale.
Nel caso di Giovanni, il fatto stesso di avere un lavoro, svolgere un’attività manuale specializzata, avere competenze costruite nel tempo, prendersi cura del proprio aspetto fisico e avere interessi personali rappresentava materiale concreto su cui costruire una rappresentazione di sé più equilibrata.
L’obiettivo non era trasformare Giovanni in una persona che pensa di essere perfetta.
Era aiutarlo a passare da una rappresentazione “io non valgo abbastanza” a una rappresentazione più realistica:
“Ho dei limiti, come tutti, ma ho anche capacità, qualità e risorse.”
Questa differenza è fondamentale.
Il problema della zona di comfort
Un altro elemento importante riguardava le sue abitudini sociali.
Giovanni frequentava da molti anni lo stesso gruppo di amici, prevalentemente maschile, e si ritrovava abitualmente nello stesso bar.
Quel contesto gli dava sicurezza, ma allo stesso tempo contribuiva a mantenere invariata la sua situazione.
Se frequento sempre le stesse persone, negli stessi luoghi e faccio sempre le stesse cose, ho poche possibilità di scoprire come mi comporterei in un contesto diverso.
In particolare, Giovanni aveva pochissime occasioni di conoscere ragazze.
Questo è un passaggio che considero molto importante nel lavoro sull’autostima: l’autostima non cresce soltanto pensando diversamente, ma anche facendo esperienze diverse.
Il primo esperimento: chiedere un appuntamento
Durante il percorso Giovanni mi racconta che frequenta un corso di chitarra e che prova interesse per la sua insegnante.
Gli piace.
Vorrebbe chiederle di uscire.
La domanda, a quel punto, è molto semplice:
“Perché non lo fai?”
Giovanni decide di farlo.
La risposta che riceve non è quella che sperava. Ma questo non rende l’esperimento un fallimento.
Al contrario.
Giovanni è contento di averlo fatto perché era una cosa che desiderava fare da tempo e, soprattutto, perché si era messo alla prova.
Questo è un passaggio psicologicamente importante.
Il risultato esterno non era sotto il suo controllo.
La decisione di provarci, invece, sì.
E così un possibile rifiuto non diventa necessariamente la prova di “non valgo”.
Può diventare la prova di qualcosa di diverso:
“Ho avuto il coraggio di fare qualcosa che prima non riuscivo a fare.”
Uscire dalla propria zona di comfort
A quel punto abbiamo ragionato su un ulteriore passo.
Se Giovanni voleva ampliare le proprie esperienze, conoscere persone nuove e aumentare le occasioni di relazione, era necessario uscire almeno in parte dai suoi abituali circuiti.
Gli ho suggerito di valutare una vacanza organizzata da un operatore specializzato in viaggi di gruppo, scegliendo una proposta compatibile con i suoi interessi e con le sue caratteristiche.
L’idea non era semplicemente “vai in vacanza e trova una ragazza”.
L’obiettivo era molto più ampio:
mettersi in una situazione nuova, con persone nuove, senza poter contare esclusivamente sui consueti punti di riferimento.
Inizialmente Giovanni è un po’ timoroso.
È comprensibile.
Quando usciamo dalla nostra zona di comfort, non sappiamo esattamente come andrà.
Ma decide comunque di partire.
Quando l’esperienza diventa una nuova informazione su di sé
Durante il viaggio accade qualcosa di interessante.
All’inizio c’è la preoccupazione.
Poi Giovanni prende coraggio.
Comincia a parlare con persone nuove, instaura diverse relazioni, conosce ragazze e arriva anche a scambiarsi diversi numeri di telefono.
Con una ragazza, in particolare, sembra nascere una simpatia.
Il punto più importante, però, non è il numero di telefono.
E non è nemmeno l’eventuale relazione.
Il punto è che Giovanni ha raccolto nuove informazioni su se stesso.
Prima poteva pensare:
“Non sono capace di relazionarmi con le persone.”
L’esperienza gli permette di osservare:
“Quando mi trovo in un contesto nuovo, all’inizio sono in difficoltà, ma posso prendere coraggio, parlare, conoscere persone e creare delle relazioni.”
Sono due rappresentazioni molto diverse.
L’autostima si costruisce anche attraverso l’azione
Questo caso mostra un principio che ritengo particolarmente importante nel lavoro sull’autostima.
A volte aspettiamo di sentirci sicuri prima di fare qualcosa.
Pensiamo:
“Quando avrò più autostima, parlerò con le persone.”
“Quando mi sentirò più interessante, proverò a conoscere una ragazza.”
“Quando avrò meno paura del giudizio, uscirò dalla mia routine.”
Ma può accadere anche il contrario.
Prima faccio un passo, poi scopro di essere in grado di farlo, e quell’esperienza modifica progressivamente il modo in cui mi percepisco.
Per Giovanni, chiedere alla sua insegnante di chitarra di uscire è stato un primo passo.
Partire per una vacanza con persone sconosciute è stato un passo successivo.
Parlare, conoscere persone, ricevere numeri di telefono e creare una possibile simpatia sono diventate ulteriori esperienze da integrare nella propria immagine di sé.
Non significa diventare improvvisamente sicuri di sé
Un percorso di questo tipo non significa che una persona debba diventare improvvisamente estroversa o non provare più paura.
E non significa nemmeno che ogni esperienza sociale debba concludersi positivamente.
Una ragazza può dire di no.
Una conversazione può andare male.
Si può rimanere senza parole.
Si può provare imbarazzo.
Tutto questo fa parte delle normali esperienze relazionali.
L’obiettivo è imparare a non trasformare un singolo episodio in un giudizio globale sul proprio valore.
“Questa persona non è interessata a me” è diverso da “nessuno sarà mai interessato a me”.
“Questa conversazione non è andata bene” è diverso da “non so parlare con nessuno”.
“Mi sono sentito insicuro” è diverso da “sono una persona insicura e incapace”.
Questa distinzione può cambiare profondamente il modo in cui interpretiamo le nostre esperienze.
Cosa possiamo imparare dal caso di Giovanni
Il percorso di Giovanni può essere letto attraverso alcuni passaggi fondamentali:
- Individuare le convinzioni svalutanti.
Capire quali pensieri condizionano il modo in cui una persona vede se stessa. - Mettere in discussione le ipotesi negative.
Un pensiero come “non sono interessante” non deve essere trattato automaticamente come un fatto. - Riconoscere capacità e qualità personali.
Imparare a vedere le proprie risorse con maggiore equilibrio. - Passare dal pensiero all’esperienza.
L’autostima può essere alimentata anche attraverso esperienze concrete di efficacia. - Uscire progressivamente dalla zona di comfort.
Non con forzature, ma individuando situazioni realistiche in cui sperimentarsi. - Imparare a tollerare anche il rifiuto.
Un rifiuto non rappresenta necessariamente un giudizio sul valore della persona. - Costruire una nuova narrazione di sé.
Non più “non valgo abbastanza”, ma “posso avere paura e, nonostante questo, posso agire”.
Quando chiedere aiuto psicologico
La difficoltà a parlare con gli altri, la paura del giudizio o la bassa autostima non significano automaticamente che ci sia un disturbo psicologico.
Possono però diventare un problema quando limitano significativamente la vita della persona: quando si evitano continuamente situazioni sociali, quando si rinunciano a relazioni desiderate, quando il giudizio degli altri diventa una preoccupazione costante o quando la propria autovalutazione è quasi esclusivamente negativa.
In questi casi, un percorso psicologico può aiutare a comprendere che cosa mantiene il problema e a individuare modalità concrete per affrontarlo.
Nel lavoro che svolgo come psicologo a Castelfranco Veneto, considero particolarmente importante partire dalla persona e dalla sua storia, individuando insieme obiettivi realistici e situazioni nelle quali poter sperimentare gradualmente modalità nuove di pensare e di agire.
Conclusione
La storia di Giovanni mi ricorda che, quando una persona si è abituata a vedersi attraverso ciò che pensa di non avere, può diventare difficile riconoscere ciò che invece possiede.
A volte il cambiamento comincia proprio da una domanda apparentemente semplice:
“E se l’ipotesi che ho fatto su me stesso non fosse l’unica possibile?”
Da lì si può iniziare a osservare diversamente le proprie capacità, mettere alla prova alcune convinzioni e fare piccoli passi fuori dalla propria zona di comfort.
Non per dimostrare agli altri di valere.
Ma per iniziare a scoprire, attraverso l’esperienza, che il proprio valore non dipende dal risultato di una singola conversazione, da un appuntamento o dall’approvazione di una persona.
E che spesso la fiducia in se stessi non arriva prima di agire.
Comincia a costruirsi anche quando troviamo il coraggio di agire nonostante l’insicurezza.




