L’approvazione degli altri: un bene o un male?

“L’uomo è un animale sociale” afferma il filosofo greco Aristotele. Da sempre gli uomini si riuniscono in gruppi per poter sopravvivere e i comportamenti e l’identità del singolo si sviluppano in relazione al rapporto con l’altro.
Da quando nasciamo siamo portati a cercare l’approvazione esterna: dei genitori e delle figure significative quando si è molto piccoli, degli insegnanti quando si inizia la scuola, dei pari in adolescenza, del datore di lavoro e dei colleghi in età adulta.

Nella società moderna, questo è uno dei fulcri più importanti. L’approvazione di ciò che siamo e cosa facciamo influisce in maniera preponderante su quel che pensiamo di noi stessi. Da un lato questo rappresenta un bene, ci dà la possibilità di aumentare la nostra autostima, di farci sentire apprezzati, di avere un qualche tipo di potere sul mondo. Dall’altro lato può avere conseguenze negative sulle percezioni che abbiamo del nostro corpo e della nostra mente: un commento di troppo può portare una ragazza a non piacersi, un voto negativo può portare a pensare di non essere capaci di svolgere determinate attività.

Spesso, forse, converrebbe fermarsi a pensare al potere che gli altri, le loro parole e i loro giudizi hanno sul nostro benessere psicofisico. Essere dipendenti dall’approvazione esterna ci porta a subordinare i nostri bisogni, che vengono surclassati da quelli degli altri, finendo per sabotare quella che è la nostra felicità, la nostra essenza.
La paura del giudizio porta a sperimentare stati d’ansia, equivalenti a quelli provati durante un esame o un colloquio importante, spesso difficile da gestire per l’individuo.

Gli studi hanno identificato quattro modi disfunzionali della ricerca di approvazione degli altri:

1. Essere perfezionisti: provare ad essere la migliore versione di noi stessi non sempre corrisponde a soddisfazione ed autorealizzazione personale; spesso, infatti, pensiamo che ciò che stiamo facendo non sia mai abbastanza e che le aspettative degli altri siano sempre più alte, esponendoci ad un forte rischio di sviluppare elevati stati di ansia o stress.

2. Evitare attività nelle quali c’è il rischio di fallimento: è questo il classico comportamento di chi rimane nella propria “zona comfort” per paura del giudizio negativo che può derivare dagli altri nel caso in cui il compito non venga eseguito nel modo da loro voluto. La paura del rifiuto o della disapprovazione è tale da negare alla persona di intraprendere attività che non hanno un esito garantito.

3. Mantenere una distanza di sicurezza per evitare la disapprovazione: questo è tipico di coloro che, a causa dei rifiuti ricevuti da parte di persone significative, mettono in atto dei meccanismi di difesa per far sì che gli altri non si avvicinino mai troppo. Di conseguenza, negano il bisogno di un’approvazione esterna e il loro istinto di protezione permette loro di mantenere un distacco emotivo.

4. Essere compiacenti: è questo un comportamento che porta ad anteporre ai propri bisogni e desideri quelli degli altri. Se avanzare una richiesta provoca atteggiamenti negativi del partner, degli amici o dei genitori, queste persone tendono a “farsi piccole” per evitare che ciò si ripeta.

Se ti riconosci in una di queste quattro descrizioni e ciò rappresenta un problema, l’aiuto di un professionista può risultare efficace. È molto importante tenere presente che non possiamo cambiare il passato, ma sicuramente modificare il presente e il futuro. La dipendenza dagli altri può non sempre essere sana e bisogna rendersene conto per poter vivere una vita piena e soddisfacente, evitando situazioni di disagio emotivo e psicologico.

 

 

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