L’Autocompassione

Negli ultimi anni la pratica della mindfulness si sta diffondendo in tutto l’Occidente, in particolare nell’ambito della psicologia e della psicoterapia. Questa tipologia di trattamento è stata importata dall’Oriente e più nello specifico deriva dalla tradizione dei monaci buddhisti, che sono dediti alla meditazione. Il suo scopo principale è quello di raggiungere la pace interiore, trovando un equilibrio tra corpo e mente.

La self-compassion, ovvero l’autocompassione, ne è un fondamento e gioca un ruolo importante all’interno di questo campo. Questa rappresenta il prendersi cura di sé stessi a tutti i livelli: fisico, psicologico ed emotivo. L’autocompassione è il trattare se stessi come si farebbe con una persona cara nel momento del bisogno: senza giudicarsi per i propri errori, accettandosi per quello che si è e tenendo un atteggiamento di gentilezza e tenerezza verso se stessi. Secondo Kristin Neff, grande studiosa di questo tema, è importante non confonderla con l’autocommiserazione, con la debolezza, con l’egoismo o con l’essere compiacenti. Queste espressioni, infatti, veicolano un messaggio “negativo”, che non rientra nei principi della mindfulness.

Sicuramente molti di voi hanno visto, almeno una volta, il film “Mangia, Prega, Ama”.
In particolar modo, la seconda parola, “prega”, è quella che maggiormente si lega a questo ambito. La protagonista, dopo aver trascorso un brutto periodo della sua vita, decide di intraprendere un viaggio per conoscere se stessa. Il percorso fisico e mentale che affronta è suddiviso in tre tappe: Italia, India e Bali, ognuna delle quali corrisponde ad una parola del titolo. La seconda fermata, in India (“prega”), è utile per comprendere gli aspetti fondamentali della mindfulness e della self-compassion. E’ proprio qui che la protagonista, immersa nei mistici ed incantevoli paesaggi orientali, insieme ad un maestro dalle dubbie qualità, scopre il potere della meditazione all’interno di un ashram. La sfida dell’ascoltare se stessa a fondo è complicata, ma attraverso il superamento dei suoi rigidi schemi mentali riesce a raggiungere l’“illuminazione”.

Il prendere consapevolezza di se stessi, dunque, rappresenta un punto essenziale all’interno di questo filone di pensiero. Ti propongo, quindi, un esercizio per aiutarti a raggiungere questo tipo di consapevolezza, imparando a riconoscere i tuoi bisogni e i tuoi desideri.
L’attività si compone di due domande principali:

1. Di cosa ho veramente bisogno?
Per rispondere a questa domanda è necessario innanzitutto mettersi in una posizione comoda, fare dei respiri profondi e chiudere gli occhi per concentrarsi sul presente. In un primo momento le risposte saranno solo pensate, poi si aprono gli occhi e si trascrive quello che è emerso in un foglio, trasformandolo in un desiderio o augurio per se stessi.
Ad esempio, alcuni potrebbero scrivere: “Che io possa realizzarmi”, o: “Che io possa trovare l’amore”, o ancora: “Che io possa affrontare le sfide che la vita mi pone con coraggio”.

2. Che cosa ho davvero bisogno di ascoltare?
In questo caso, sempre partendo da una posizione rilassata, facendo lunghi e lenti respiri e chiudendo gli occhi, si chiede a se stessi che cosa più di ogni altra si vorrebbe sentir dire dalle persone a cui si tiene. Inizialmente, come per rispondere alla domanda precedente, si pensa solamente alle parole che si vorrebbero ascoltare. In un secondo momento, le frasi o espressioni vengono trasformate dalla seconda alla prima persona. Ad esempio, “Ti voglio bene” diverrà “Che io possa volermi sempre bene”; “Ti stimo perché sei una persona buona” diventerà “Che io possa sempre stimarmi per la mia bontà.”

Questo esercizio, all’apparenza semplice e di poco conto, nasconde invece un grande potere: quello di fare dell’introspezione, cioè guardarsi dentro per comprendersi meglio.
Come accennato, queste tecniche vengono sempre più utilizzate nella psicoterapia anche come aiuto per ridurre gli stati ansiosi e migliorare l’autostima: se sei interessato/a, rivolgiti con fiducia ad un professionista.

 

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