Felicità posticipata: cos’è e perché ci fa male

Potrò finalmente divertirmi quando avrò 18 anni… Mi sentirò realizzato dopo la laurea… Sarò felice solo quando mi sposerò… Potrò rilassarmi quando sarò in pensione…
Sono frasi che sentiamo dire spesso, ma che esprimono una tendenza che può compromettere il benessere personale, quella ciò di non essere mai soddisfatti dei propri traguardi e di rimandare all’infinito le condizioni per sentirsi felici e in pace con sé stessi, attendendo circostanze esterne che poi, quando effettivamente arrivano, lasciano spazio a nuove aspettative.

Ma cosa si nasconde dietro a questo comportamento e perché è dannoso per la salute mentale?
Innanzitutto, occorre fare attenzione a non confondere questo atteggiamento con il sano e positivo impegno che si pone nel cercare di perseguire i propri scopi. Non c’è niente di male nell’accettare di compiere dei sacrifici per arrivare alla meta che si desidera, anzi, questo è necessario per realizzare le proprie aspirazioni: è ovvio, ad esempio, che per passare un esame occorre trascorrere il proprio tempo a studiare o che per vincere una maratona si debba andare a correre con costanza. La differenza sta nel fatto che, nel caso invece di chi continua a posporre la propria felicità, c’è una sproporzione fra i doveri che ci si assume e i piaceri che ci si concede: si concentra infatti tutta la propria vita sulle incombenze da sbrigare e sugli sforzi da compiere, a discapito dello spazio per lo svago e le relazioni.

 

Anche quando si riesce a ricavarlo, inoltre, chi ha questa caratteristica non riesce di solito a goderselo pienamente, perché si sente sempre insoddisfatto delle circostanze attuali e volto ad un ipotetico futuro in cui le cose andranno meglio. Si dà così un’esagerata importanza ai lati negativi della propria vita, che vengono enfatizzati, così come si esagera nel sovrastimare i cambiamenti positivi che si attendono al raggiungimento di un particolare risultato.

La necessità di impegnarsi continuamente e di porsi obiettivi sempre nuovi, inoltre, potrebbe riflettere la paura di confrontarsi con il proprio vuoto interiore e di riempirlo con attività, stimoli, incombenze che impieghino tutto il proprio tempo, evitando di dedicarsi all’ascolto di sé stessi e alla propria vita personale. Ciò può dipendere sia da difficoltà soggettive sia da problematiche nelle relazioni con gli altri; tali disagi andrebbero esplorati con uno psicologo per poterli affrontare e risolvere.

In definitiva, la tendenza a rimandare la felicità deriva da un’insoddisfazione nei confronti di sé stessi e della propria vita e di un’incapacità di godere il momento presente. Questo compromette il benessere della persona, perché le impedisce di provare piacere e la pone in una costante sensazione di scontentezza.
Come risolvere tale condizione? Fermo restando che un intervento psicologico è sempre l’opzione migliore, si può iniziare provando a concedersi qualche trasgressione, qualche svago non programmato, accettando il fatto di non essere perfetti e di potersi concedere dei momenti di relax fini a sé stessi. Inoltre, la meditazione e le tecniche di rilassamento sono utili per imparare a vivere nel presente e a liberarsi sia dei condizionamenti del passato che delle ansie per il futuro; la mindfulness, in particolare, aiuta a diventare più consapevoli delle esperienze presenti e ad essere più grati di ciò che si ha.

 

Inoltre, un esercizio interessante in questi casi è quello di chiedersi come vorremmo passare i nostri giorni se fossero gli ultimi della nostra vita: probabilmente in fondo alla lista ci sarebbero proprio gli impegni cui tanto ci dedichiamo e al primo posto troveremmo i nostri cari o magari quelle soddisfazioni che in genere non ci prendiamo.
Insomma, se ti sei riconosciuto in questo articolo prova stavolta a porti un obiettivo diverso… quello di essere un po’ più felice sin da subito!

 

 

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