Biblioterapia: psicorecensione di “Ogni piccola cosa interrotta”

Vittoria, la protagonista del romanzo di Silvia Celani, è una ragazza perfetta. Ha una brutta storia alle spalle, un padre morto quando lei era piccola e che non ricorda più, una madre che la ignora. Eppure, Vittoria non sembra curarsene: è una brava studentessa, una ragazza modello, attorniata da amici. Ogni tanto, il disagio trapela e lei si sente come se fosse in apnea, sospesa in un mondo che non la lascia respirare, che non la lascia vivere, ma poi tutto passa e il tempo scorre tranquillo come sempre. Almeno finché Vittoria non trova un carillon rotto, dalle origini sconosciute, che la trasporta violentemente in un universo di ricordi creduti persi, sepolti. Aggiustando il piccolo oggetto, la ragazza inizia a cucire lentamente anche pezzi di sé sconosciuti e dimenticati, imparando ad accettare le proprie fragilità ed anzi a riconoscerle come ciò che la rendono unica e speciale, proprio come quel carillon, che dal passato torna a far udire la sua armonia.

È una storia intensa quella di Vittoria, che costringe a riflettere sul modo in cui ci approcciamo alle nostre ferite e alle nostre debolezze. La società odierna sembra idolatrare la perfezione, facendola sembrare una meta raggiungibile e imprescindibile: nella TV e nello spettacolo spopolano persone giovani, sorridenti, sempre radiose, mentre poco spazio viene dato a chi sta male, a chi è stanco, a chi è vecchio. Dalle donne si pretende che siano sempre in forma e impeccabili, ma che al contempo si prendano cura dei figli e si dedichino al lavoro; dagli uomini ci si aspetta forza, virilità e prontezza di fronte ad ogni situazione: non è loro concesso piangere ed emozionarsi. Nel libro di Silvia Celani, invece, l’imperfezione torna ad acquistare importanza, riemerge con tutta la sua potenza, che non può essere nascosta né ignorata. È solo confrontandosi con le sue cicatrici che Vittoria potrà trovare sé stessa, tornare ad essere autentica; se prima si sentiva una ragazza invidiabile ma anonima, adesso riesce a percepirsi viva, speciale, genuina. L’accettazione delle sue imperfezioni è ciò che finalmente la porta a respirare, a trovare l’aria in quei momenti in cui galleggiava in apnea. no psicologo, che ti aiuterà a farti brillare come meriti e a riconoscerti per le tue caratteristiche uniche ed inimitabili.

Anche il suo carillon, come lei, ritrova bellezza e splendore, pur essendo un oggetto vecchio i cui pezzi sono stati assemblati ed aggiustati. Nonostante le sue crepe, anzi, proprio grazie a quelle, acquista ancor più valore e diventa qualcosa di unico ed inimitabile. Le cure che la piccola Vittoria riserva al suo carillon rimandano all’arte giapponese del kintsugi, che consiste nel ricostruire vasi, teiere od altri contenitori ridotti in mille frantumi incollando le varie parti con dell’argento o dell’oro. Attraverso questa procedura, gli oggetti così riformati presentano delle spaccature ben visibili, ma brillanti e stupende grazie al prezioso metallo che le riempie: diventano così più preziosi e stimabili di quanto lo fossero prima che si rompessero. La parola kintsugi deriva infatti dall’unione del termine kin, che significa “oro” e di “tsugi”, ricongiunzione. Questa forma d’arte permette non soltanto di ottenere vasi o ciotole di inestimabile valore e bellezza, ma anche di approcciarsi in modo diverso alla vita e alle difficoltà che essa comporta. Tale tradizione nipponica, infatti, non si limita a finalità estetiche, ma è intrisa di significati filosofici. Il fatto di valorizzare le crepe e le rotture esaltandole con la luminosità dell’oro e facendo di esse il principale fattore d’attrazione dell’oggetto allude anche alla capacità di superare i momenti difficili e di trovare risorse proprio nei periodi di crisi. “Resilienza” è infatti la parola magica che sembra essere alla base del kintsugi: questo termine indica appunto l’abilità di trarre forza dai traumi passati anziché farsene abbattere. Accettare le proprie imperfezioni e non vergognarsi di nasconderle, come toccherà a Vittoria, è proprio il primo passo per far ciò.Come però per praticare l’arte del kintsugi occorrono molta esperienza, tempo e pazienza, così anche accogliere le nostre fragilità può essere molto complesso. All’inizio non è affatto semplice abbracciare le nostre debolezze e riuscire a perdonare noi stessi o gli altri per ciò che siamo diventati richiede duro lavoro e tenacia. Se anche per te risollevarti dopo una brutta caduta o rottura è difficile, affidati ad uno psicologo, che ti aiuterà a farti brillare come meriti e a riconoscerti per le tue caratteristiche uniche ed inimitabili. Nel frattempo, concediti questa lettura per trovare ispirazione e brio!

Nel frattempo, concediti questa lettura per trovare ispirazione e brio!

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